Interviste a Clara Mondonico* e a Tania Busetto
di Silvia Ruspa
*L’intervista è stata rilasciata poco prima che la FIGC deliberasse il via al professionismo nel calcio femminile a partire dalla prossima stagione.
“Il calcio è un gioco vario
ed emozionante, tutti possono giocarlo, arricchisce le idee,
la fantasia, stimola l’amor proprio.
Ci sono sconfitte e vittorie, riuscire a superare un insuccesso rafforza
il carattere… servirà nella vita.”
Silvio Piola
Queste le parole che il grande calciatore, Silvio Piola (imbattuto detentore del record di reti segnate − 290 − in serie A più 16 reti in nazionale) ha utilizzato per descrivere lo sport che tanto amava. Il calcio è un gioco per tutti, anche per le donne?
Dai numeri sempre più crescenti di bambine e ragazze che si approcciano a questa disciplina sportiva, si evince una risposta certamente positiva.
L’Italia leggermente in ritardo rispetto ad altri Paesi ha riconosciuto lo status professionistico anche alle calciatrici mentre, già da qualche anno, lo ha fatto per le figure di giudice di gara.
E se si esce dal ristretto ambito agonistico, è possibile annettere il calcio nell’alveo delle discipline educative, come una sorta di cassetta degli attrezzi utili al “gioco della vita”.
E oltre al calcio praticato, sempre più donne sono impegnate nell’organizzazione ed amministrazione di società sportive calcistiche, dimostrando anche in questa fattispecie competenze e potenzialità leaderistiche spesse volte non disgiunte a buone prassi ed obiettivi socio-educativi.
Clara Mondonico

Il padre Emiliano fu calciatore e allenatore. Amato e stimato da colleghi, avversari e sportivi in genere, ha rappresentato l’eccellenza del calcio “dal volto umano”.
Occhi vivaci e sognanti, soprattutto quando ricorda il suo famoso “papà”, l’allenatore ed ex calciatore Emiliano Mondonico da cui ha, certamente, ereditato la passione per il calcio.
Clara, una laurea in giurisprudenza, un impiego in un ufficio legale di un istituto di credito, il sogno di calpestare l’erba dei campi da gioco. Quarantacinque anni di vita in cui il gioco del calcio è stato sempre presente come pratica sportiva nelle ansie e nelle gioie del padre ma anche come principio ludico ed educativo. Un grande rimpianto per non aver intrapreso la carriera di calciatrice (“era impensabile ai miei tempi, per una donna in Italia, vivere di calcio”) superato dalla capacità di perpetuare la filosofia paterna di un “calcio sincero”, in cui il business è finalizzato unicamente alla possibilità di garantire l’attività sportiva. Da tre anni è presidente dell’associazione “Emiliano Mondonico”.
Da dove è nata l’idea di fondare un’associazione intitolata a suo padre e perché?
Occorre tornare alla data fatidica del 29 marzo 2018, quando il papà ha intrapreso il suo ultimo viaggio. A salutarlo, fra i primi, giunsero i ragazzi dell’Approdo, la squadra di calcio [la sua squadra più importante come amava lui stesso definirla, ndr] che papà aveva creato a favore del recupero di ragazzi affetti da dipendenze da sostanze oltre che da ludopatia. All’interno di un progetto riabilitativo che prevede anche una residenzialità protetta con vari gradi di copertura assistenziale, nel cuore della provincia cremonese (Rivolta d’Adda), papà Emiliano ebbe l’intuizione di proporre al personale sanitario impegnato nella riabilitazione il calcio come ulteriore momento socio-riabilitativo.
Assieme al dottor Cerizza, responsabile sanitario del progetto, sono stati individuati gli step metodologici finalizzati alla costituzione della squadra di calcio. Gli inizi non sono stati semplici perché i ragazzi hanno dovuto accettare e apprendere, di nuovo, la modalità dello “stare assieme” dandosi un obiettivo comune [ecco, il senso ultimo del gol, ndr], accettando e valorizzando le differenze. Il rispetto delle regole, la condivisione della condizione di partenza, la costruzione della fiducia nel coach, il riconoscersi come comunità, tutti aspetti generativi di cambiamento non solo in ambito terapeutico.
Infatti, lo stesso modello è stato adottato nei confronti del contrasto del fenomeno del bullismo.
All’insegna del motto: “Mollare Mai”, l’impegno sociale dell’associazione va anche nella direzione di un marcato sostegno alla squadra di calcio del carcere minorile, Beccaria di Milano. È importante far sentire ai ragazzi che si ha fiducia in loro e nelle loro potenzialità.
Cosa ne pensa del fatto che in Italia non sia ancora pienamente riconosciuta legalmente la professione di calciatrice?
Penso che sia giunto il momento di andare oltre. Intendo dire che sicuramente occorre un iter giuridico che porti la carriera professionistica alle donne ma, altrettanto un cambio di mentalità, in generale del cosiddetto “senso comune”. Una bambina che voglia giocare a calcio deve essere sostenuta e non ostacolata perché non vi è nulla di anomalo o contrario alle regole del bon ton. Senza considerare il fatto che il calcio femminile non deve essere concepito come una bizzarria bensì come la regolarità. L’anomalia, per me, è parlarne come si trattasse di una categoria protetta. Questo ha determinato sinora un limite nella preparazione tecnica delle nostre realtà. Bisogna essere sincere: potremmo fare di più. Ad oggi, esistono tutte le condizioni per superare anche in questo caso il gender gap che vede il calcio femminile un qualcosa di speciale. Per il futuro, mi auguro, ad esempio, che la Nazionale Femminile possa ottenere riconoscimenti e traguardi internazionali al pari di quelli dei colleghi maschi certa del fatto che, noi donne sapremo creare modelli di “fare squadra”, di gestione delle ansie e dinamiche e di comunicare i valori sportivi con modalità più empatiche.
Tania Busetto

Da dove nasce la sua passione per il calcio?
La mia passione per il calcio nasce dal sociale.
Mi spiego meglio. Io ho tre figli e Chris, il maggiore, che ora è quasi ventenne, è affetto da sindrome autistica.
Ho cercato più volte di trovare la giusta chiave per stimolare le sue abilità, ma non è stato facile per mancanza di opportunità formative presenti nel territorio.
Strutture extra scolastiche dove si potessero condividere spazi ed insegnamenti purtroppo si faticano a trovare.
Lo sport è una di quelle preziosissime chiavi che desidero siano a disposizione di tutti senza distinzione di abilità e, aggiungo, nemmeno di genere.
Io sono presidente dell’associazione Fuori la Voce che si occupa di sensibilizzare contro la violenza di genere ed il bullismo giovanile, due temi a volte divisi da un sottile filo … basta pensare al reverge porn.
Nel 2019 in occasione di un evento ho voluto trattare il tema del bullismo sportivo, era da poco successo un caso di un giovane calciatore che in segno di protesta si era tirato giù i pantaloni contro l’arbitro donna, la quale era stata insultata anche dai genitori in tribuna.
In seguito a quell’episodio ho conosciuto Marcello Mancini, presidente Aiac Onlus, e da lì mi si è aperta una finestra. Ci ho messo naso e mi sono appassionata, tanto che ora sono segretaria Nazionale Aiac Onlus e con mio marito, Leonardo Cossu, ho acquisito anche una società di calcio Fc Spinea 1966, militante nel campionato di serie D.
Aiac Onlus è il braccio armato dell’Associazione Italiana Allenatori di Calcio, componente tecnica della FIGC: è quella parte che si definisce “Allenatori di Calcio per il sociale”.
Donne e calcio: le calciatrici afgane di Herat a Coverciano.
Dall’inizio del mio incarico nel 2021, tra le tante cose che ci hanno impegnato, ci siamo occupati assieme a Cospe ed UNHCR di portare in Italia le calciatrici afghane, ma anche di razzismo e xenofobia con Unicef Italia, di Antidiscriminazione con la FIGC, ed abbiamo organizzato il primo corso per Allenatori di Calcio per Calciatori e Calciatrici con disabilità.
Come si può capire io mi sono innamorata di questo sport in modo diverso da come di solito accade, sono stata affascinata dal ponte che è in grado di creare e dalla sua immensa capacità di comunicazione.

Il progetto delle calciatrici afghane è stata la mia prima idea in occasione del mio primo direttivo, era fine agosto ed eravamo nel bel mezzo dell’emergenza. Avendo appreso dell’esistenza di queste giovani donne appassionate di calcio, ho espresso al direttivo il desiderio di accoglierle in Italia e sono stata non solo ascoltata, ma la mia proposta è stata accolta con entusiasmo.
Sono stati giorni molto concitati dove rimanevamo in contatto con le maestranze impegnate in Afghanistan fino a notte fonda, perché era una lotta contro il tempo, visto che dal 31 agosto avrebbero chiuso i corridoi umanitari.
Quando a mezzanotte del 31 mi ha chiamata il Colonnello Lo Giudice per dirmi “Avvocato, sono arrivate”, mi sono messa a piangere dall’emozione.
E da lì poi abbiamo lavorato per dare a loro un’opportunità di vita e di formazione calcistica nel nostro paese.
Cosa si auspica per il futuro?
Nel mio territorio ci sono realtà calcistiche frammentate, chi maggiormente orientato sulla prima squadra, chi sulle disabilità, chi sul femminile.
Il desiderio mio e della mia famiglia, la nostra ambizione, è di riunire tutti sotto un un’unica bandiera senza distinzione di abilità e senza distinzione di genere ed utilizzeremo la nostra società, la Spinea, per dimostrare che ciò è possibile.
Coadiuvata da persone esperte in ogni settore desidero valorizzare la nostra prima squadra, nonché fare crescere e formare il nostro settore giovanile, abbracciando la disabilità ed il femminile. Il tutto, ripeto, senza improvvisarsi ma con competenza, ricordiamo che il “Mr.” è un educatore e deve essere preparato, formato ed aggiornato.
La sfida è quella di abbattere quindi le barriere mentali, ancora più ostiche di quelle architettoniche, ma sono sicura che con la perseveranza riusciremo assieme a creare quella cultura nel sociale, sconnotato dal concetto assistenzialistico e pietistico, che nel nostro paese ancora arranca ad affermarsi ed attuare semplicemente la meritocrazia, sia per gli atleti che per i dirigenti, senza la necessità di dover utilizzare lo stratagemma delle “quote” per dare la giusta opportunità a tutti.