Donne e Media: a che punto siamo?

I risultati della sesta edizione del GMMP

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di Monia Azzalini

Il Global Media Monitoring Project (GMMP) è il più ampio e longevo progetto di advocacy e di ricerca sulla rappresentazione delle donne nei contenuti dell’informazione, promosso e coordinato dalla World Association for Christian Communication, in collaborazione con una rete mondiale di ricercatori e ricercatrici aderenti all’iniziativa su base volontaria. (https://whomakesthenews.org).

Il progetto è nato nel 1995, durante i lavori di preparazione alla quarta Conferenza mondiale sulle donne organizzata dalle Nazioni Unite a Pechino, e raccoglie ogni 5 anni dati sulla presenza delle donne e degli uomini nei contenuti dell’informazione e sulla qualità dell’informazione quotidiana di stampa, radio, TV e, dal 2015, Internet e Twitter. I risultati consentono alla comunità internazionale di verificare lo stato di avanzamento delle donne rispetto ai due obiettivi fissati per il settore dei media dalla Dichiarazione e Piattaforma d’azione di Pechino, ovvero:

1• aumentare la partecipazione delle donne all’espressione e ai processi decisionali dentro e attraverso i media e le nuove tecnologie della comunicazione

2• promuovere una rappresentazione bilanciata e non stereotipata delle donne nei media.

I dati costituiscono una bussola utile a tutti i paesi aderenti al GMMP (116 nel 2020) per la realizzazione dell’uguaglianza di genere nei media, un settore che l’ONU per la prima volta nel 1995 ha dichiarato strategico per il miglioramento della condizione femminile in tutto il mondo.

La sesta edizione del GMMP Italia ha visto la partecipazione di 7 gruppi di ricerca afferenti all’Osservatorio di Pavia e alle Università Ca’ Foscari di Venezia, della Calabria, di Milano Bicocca, di Padova, di Roma La Sapienza e di Torino, coordinati da me insieme alla professoressa Claudia Padovani (Università di Padova). Il campione di analisi ha incluso 38 testate giornalistiche nazionali che sono dettagliate nel rapporto di ricerca disponibile onlinehttps://whomakesthenews.org/gmmp-2020-final-reports/

I risultati attestano una presenza delle donne come fonti o newsmaker mediamente pari al 26%: 24% per i mezzi di informazione tradizionali (radio, stampa e TV) e 28% per quelli digitali (Internet e Twitter), in crescita rispetto al 2015, rispettivamente di 3 e 1 punto percentuale. Sono senz’altro segnali positivi che confermano il progressivo avvicinamento dell’Italia al resto del mondo (25%), ma che risultano  ancora troppo deboli. Se pensiamo che le donne in Italia hanno un’incidenza superiore al 50% sull’intera popolazione, è evidente che i mezzi di informazione nazionale continuano a riflettere una società lontana da quella reale. Una maggiore aderenza alla realtà è attestata invece dalla visibilità delle giornaliste, mediamente pari al 41%, un valore in linea con la loro rappresentanza effettiva nella professione: 41,6% nel 2020, secondo i dati INPGI.

Per quanto riguarda le funzioni delle persone di cui si parla o intervistate nell’informazione, sia i media tradizionali sia i media digitali, registrano la prevalenza di tre categorie: le persone che fanno notizia in quanto argomento/oggetto della stessa, quelle  interpellate come portavoce di associazioni, aziende, enti, istituzioni, organizzazioni, partiti, etc. e le persone intervistate in qualità di esperte. Tolte le persone che fanno notizia in quanto protagoniste di eventi che superano la soglia di notiziabilità, portavoce ed esperte/i restano infatti le persone più visibili nell’informazione quotidiana italiana, o perlomeno in quella monitorata dal GMMP, che non include tutti i generi e sotto-generi informativi, e tuttavia riguarda un campione di notizie che raggiunge un pubblico molto vasto e diffuso. I criteri di selezione dei media monitorati dal GMMP tengono infatti primariamente conto di fattori di audience e readership.

Venendo ora ai dati per genere, i risultati sulle funzioni delle persone nelle notizie attestano una presenza femminile fra le persone oggetto/argomento di notizia perfettamente in linea con la media generale nei mezzi di informazione tradizionali (24%) e superiore nei media digitali (29%). Per quanto riguarda le portavoce, esse superano quota 24% sia nei media tradizionali (30%), sia nei media digitali (31%), attestandosi su un valore medio del 30%, raddoppiato rispetto al 2015. Le esperte invece si attestano su valori molto più bassi, registrando nel complesso una percentuale del 13%, risultato della media ponderata tra il 12% dei media tradizionali, rispetto al 18% del 2015, e il 16% dei media digitali, come nel 2015.

Un fenomeno che non si è invece verificato a livello globale, dove, al contrario, il contesto pandemico sembra aver favorito la visibilità delle esperte, cresciuta complessivamente dal 19% del 2015 al 24%, e sino al 29% nelle notizie correlate al Covid-19, che, come nell’informazione italiana, riguardano il 25% delle notizie monitorate. Quale fattore abbia sfavorito la visibilità delle esperte nelle notizie italiane è una domanda per ora ancora inevasa. Non sembra infatti possibile ascrivere la diminuzione delle esperte concomitante al dominio del Covid-19 nell’agenda dei media italiani a un mancanza di professioniste impegnate in materia. Solo la banca dati www.100esperte.it, nata nel 2016 su iniziativa dell’Osservatorio di Pavia e dell’associazione di giornaliste GiULiA, sviluppata dalla Fondazione Braccio e con il supporto della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, proprio per favorire la reperibilità di donne esperte da parte di media, ne mette a disposizione oltre 50. I fattori all’origine di questa grande “opportunità mancata” di includere le donne, e in particolare, la loro expertise, nell’informazione pandemica credo debbano essere cercati altrove.

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