È nato il 16 Luglio di quest’anno a Sulmona il 172° Club del Soroptimist International d’Italia, il primo dopo la pandemia, il quinto in Abruzzo. Simbolo della grande forza soroptimista, donne al lavoro che hanno fatto squadra spinte dalla passione ad andare avanti anche nei momenti di massima emergenza.
Alla guida del neonato club di Sulmona è stata designata come Presidente Cinzia Di Gesualdo, imprenditrice di successo nel settore dell’abbigliamento fashion femminile.
La nascita del Club sulmonese è stata opera del Club dell’Aquila, Presidente Flavia Stara e Francesca Pompa che ne è la Madrina, con il grande contributo di Maria Antonietta Salmè del Club di Chieti, Jaana Simpanen e Alessia Ferreri del Comitato Estensione.
La Cerimonia di Fondazione si è tenuta presso la suggestiva Abbazia di Santo Spirito al Morrone, a Badia (Sulmona), alla presenza della Presidente dell’Unione Italiana Giovanna Guercio. La consegna della Charte è stata affidata alle mani di Anna Marie Vreman, SIE Scholarship & Mentoring Committee Chair.
Queste le parole della Presidente Nazionale Giovanna Guercio sulla fondazione del nuovo club: “Un momento di entusiasmo e gioia dell’intera Unione la fondazione del Club di Sulmona a cui tutte le Socie sono invitate a mettere a disposizione la propria esperienza e amicizia Soroptimista, favorendo l’armonioso inserimento delle nuove “sorelle” nella nostra “famiglia” di oltre 5000 Socie e dal 16 luglio, di 172 Club!”
Sono ben trentacinque le socie fondatrici del Club di Sulmona, pienamente in linea con la caratteristica del Soroptimist International che è quella di essere un’associazione mondiale di donne impegnate in attività professionali e manageriali, una voce universale che si esprime attraverso la presa di coscienza, il sostegno e l’azione.
A celebrare la nascita del Club di Sulmona un ricco programma di accoglienza.
Sulmona, nota per i confetti e per il poeta Ovidio, definita “città dell’amore” ora ha un altro elemento di vanto. Calorosa è stata l’accoglienza che le socie fondatrici hanno riservato agli ospiti con un ricco programma che ha preso il via già dalla serata di venerdì 15 luglio con una cena di benvenuto.
La mattina di sabato 16 luglio è stata un emozionante preludio alla fondazione del nuovo club, concentrata sulla celebrazione del territorio con un giro turistico nell’incantevole borgo di Scanno, già amato e ritratto da artisti di fama internazionale, alla scoperta dell’artigianato storico locale come l’antica arte orafa e la lavorazione del tombolo per la creazione di pizzi e merletti. Non sono mancati percorsi gastronomici e degustazioni di prodotti tipici abruzzesi.
Nel pomeriggio dello stesso 16 luglio il programma dedicato alla fondazione è entrato nel clou, con l’Assemblea Costitutiva riservata alle socie Fondatrici del Club. In serata l’Abbazia di Santo Spirito al Morrone, addobbata con estrema cura e ricercatezza, si è illuminata per la Cerimonia di Fondazione del Soroptimist International d’Italia Club Sulmona alla quale hanno partecipato i rappresentati delle istituzioni regionali, comunali e provinciali e le massime autorità religiose e civili.
Trentacinque nuove socie sono entrate a far parte della grande famiglia soroptimista, hanno unito ufficialmente le proprie voci a quelle del Soroptimist International d’Italia, per promuovere i valori etici e la mission che da anni caratterizzano la sorellanza.
Le trentacinque socie del club di Sulmona
Arquilla Agata, Dirigente sanitario Caroselli Antonella, Impiegata ASL Cianferra Maria Isabella, Ristoratrice Colasante Iolanda Alicia, Dirigente Medico Fisiatra D’Angelo Corinna, Arredamento e Progettazione Interni ed Esterni De Chellis Antonella, Gestore Agriturismo De Monte Aurelia, Titolare Farmacia Di Benedetto Elide, Dirigente medico Anestetista Di Censo Roberta, Segretaria Amministrativa Studio Dentistico Di Gesualdo Cinzia, Commercio Abbigliamento Di Marzio Katia, Commercialista Di Massa Maurizia, Dirigente Comunale Di Massa Stefania, Danza e Spettacolo Di Meglio Patrizia, Marketing Turistico Di Mercurio Mirta, Sanitaria Di Roberto Eleonora, Rivendita e progettazione infissi e porte Fantauzzi Caterina, Dirigente Scolastico Festa Franca, Presidente Dopolavoro Ferroviario La Porta Antonietta, Impiegata Amministrativa Latini Valentina, Organizzazione Eventi Leombruni Maria Vincenzina, già Imprenditrice settore Tessile Leonarduzzi Luisa, Agente Immobiliare Liberatore Lucia, Assaggiatore olio Liberatore Sara, Architetto Margiotta Francesca, Enologa Naccarella Antonella, Docente Pace Cecilia, Imprenditrice Agricola Pecilli Laura, Medico Specialista – Sport Pennella Ines, Medico Ospedaliero – oculista Pietrosanti Claudia, Titolare Centri Estetici Ranalli Maria, Titolare Negozio Ottica Sandonato Jessica, Amministratrice di Condominio Santacroce Mariadora, Hotel Manager Sarrocco Tiziana, Odontoiatra Titolare Studio Dentistico Schiappa Carmela, Impiegata Laboratorio Analisi.
Portabandiera di un esempio unico in Italia, dove la componente femminile straborda da ogni calice.
Intervista a Donatella Cinelli Colombini, di Francesca Pompa
Protagonista della storia che stiamo per raccontarvi è Donatella Cinelli Colombini. Nome altisonante nell’ambiente del vino, e non solo, per aver rivoluzionato il settore con le sue tante idee innovative. Prima tra tutte, quella di aver voluto per la sua cantina Casato Prime Donne, cantiniere tutte donne, enologa compresa, caso più unico che raro in Italia, un successo internazionale grazie alla qualità dei suoi Brunello.
Toscana doc, classe 1953, laureata in Storia dell’Arte medioevale. Viso pulito e sorridente, dove lo sguardo si accende di meraviglia. Nel 1993 fonda il Movimento del Turismo del Vino e poi inventa Cantine aperte, una giornata dedicata all’enoturismo. Dopo 14 anni nell’Azienda di famiglia nel 1998 ne crea una propria. Nel 2003 le viene conferito il premio di miglior produttore italiano. Al suo attivo molte pubblicazioni tra cui il Manuale del turismo del vino. Assessore al Turismo del Comune di Siena, lancia, fra l’altro, una nuova tipologia di turismo sportivo: il “trekking urbano”. È delegata toscana delle Donne del Vino e dal 2008 è Vicepresidente dell’Enoteca Italiana.
Fattoria del Colle
Per iniziare partiamo della tua esperienza personale?
Vengo da una famiglia di produttori di Brunello di Montalcino, ho lavorato per una ventina d’anni nell’azienda di famiglia insieme a mia madre e mio fratello. Quando lei decise di andare in pensione dette l’azienda principale (la Cantina di Brunello) a mio fratello. Chiesi per me l’opportunità di realizzare il mio sogno: produrre un vino di alta gamma con la mia filosofia e il mio spirito. Così mi diedero due aziende della famiglia che erano marginali:la Fattoria del Colle e il Casato di Montalcino.
La prima era un piccolo borgo con tutto intorno vigneti, campi di cereali, uliveti ma con un grosso indebitamento e tanti lavori da fare oltre a ricostruire la cantina per fare i vigneti ma anche ristrutturare l’intero agriturismo. Il casato di Montalcino, invece, era un rudere con dei vecchi vigneti da ripiantare. Mia madre per aiutarmi mi dette anche un po’ di Brunello in botte ed ebbe inizio così la mia avventura.
Giardino all’italiana, Fattoria del Colle
Il Brunello deve stare in botte almeno due anni con cure quotidiane, e per questo avevo bisogno di un enologo che lo seguisse, così telefonai alla scuola di enotecnici di Siena chiedendo un bravo studente da assumere. Mi risposero che era impossibile in quanto bisognava prenotarsi con anni di anticipo. Ripensandoci, chiesi se avessero delle studentesse donne e mi risposero che ce ne erano eccome perché nessuno le voleva. Mi resi conto subito di questa forte discriminazione che passava come normale. Decisi allora di sovraesporla trasformando questa disfunzione in un’opportunità: sviluppare una cantina di sole donne.
Lavorando con impegno abbiamo costruito una grande squadra in grado di performare a grandissimi livelli. Esportiamo in 41 paesi esteri e abbiamo un successo crescente di pubblico e di consensi. In questi progetti ci vuole, naturalmente, tenacia e un gruppo coeso, competente e talentuoso ma ci vuole anche un briciolo di fortuna e noi l’abbiamo trovata in un appezzamento di terra in un vigneto che si chiama Addita che ha caratteristiche fuori scala. Riesce a fare i grappoli perfetti, tutti uguali con un livello di ottimale maturazione tutti gli anni in qualunque situazione climatica. La natura è così, ad un certo punto ti tira fuori un campione.
La disfunzione tra maschile e femminile che tu hai capovolto, la ritrovi anche nella tua storia? La parte migliore al maschio e alla donna quella minore, proprio come era nella cultura di un tempo.
Bisogna fare un quadro generale. Il vino ha 8000 anni e insieme al formaggio sono “alimenti” che per primi l’uomo ha imparato a conservare: la frutta fermentata diventa una bevanda e il latte accagliato diventa formaggio. Queste attività storicamente, soprattutto il vino, sono maschili. Se andassimo a vedere i geroglifici egiziani o la Bibbia ci vediamo gli uomini. Gesù descrive degli uomini nella vigna. Tutta la parte produttiva è appannaggio maschile, anche In Italia in questo momento le donne in cantina e in vigna sono il 14% e raramente occupano posti apicali, ma dov’è cambiata invece la situazione? Nel fatto che la parte produttiva è diventata una sezione del processo che oggi si completa con il commerciale, il marketing, la comunicazione e il turismo del vino. Qui le donne sono fortissime, a grande maggioranza, superano la metà come addette e come ruoli.
Quindi le donne sono più nella parte strategica?
La parte dove si crea la ricchezza è dominata dalle donne. Il mio amico Riccardo Cotarella presidente della Assoenologi si mise a ridere quando gli dissi che senza noi donne nella vendita sarebbero in un mare di guai poiché chi trasforma il vino in dollari, euro e yen sono le donne.
In linea con l’evoluzione del mercato che prima poneva al primo posto il prodotto, oggi invece principe è il consumatore
Diciamo che la parte produttiva è stata ridimensionata rispetto alla parte commerciale. La seconda della catena produttiva. Nel tempo anche le famiglie storiche che tradizionalmente privilegiavano dovranno rivedere la loro strategia perché nei fatti i pesi si sono equiparati.
Il prodotto deve esserci naturalmente ma senza il marketing perde valore. Parlando più in generale delle donne nel vino, come si è sviluppata questa presenza?
L’associazione Donne del Vino è nata 35 anni fa nel 1988 a Firenze per opera di Elisabetta Tognana. All’inizio erano un gruppo di pioniere che suscitavano anche certi sorrisini nel mondo del vino, ma oggi l’Associazione è composta da oltre 900 socie di tutta la filiera produttiva quindi titolari di cantine, ristoranti, enoteche, giornaliste, sommelier esperte. La nostra Associazione Italiana è la più grande ed organizzata nel Mondo ed è alla guida di un network internazionale di 11 associazioni sorelle di paesi esteri che si ritroveranno per la seconda volta al Simei dal 15 al 18 novembre prossimo a Milano. L’idea è quella di creare un network che dia a tutte le donne del vino nel mondo opportunità formative, viaggi d’istruzione, scambi di know how e di opportunità di business.
Un ruolo importantissimo, un movimento vero e proprio quello delle donne del vino. Pensando alle giovani leve, che consiglio potresti dare a chi vuole intraprendere questa strada?
Le donne del vino si stanno prodigando in questo senso anche se alcuni progetti hanno risentito il fermo per Covid. Riguardano essenzialmente la messa a disposizione dell’esperienza con visite in aziende, stage, borse di studio, insomma far vedere il mondo del vino al di là delle apparenze. Il nostro è un mondo che sembra pieno di lustrini ma nella realtà è un lavoro serio, impegnativo, duro.
Il progetto maggiore riguarda le scuole alberghiere e del turismo (scuole superiori), per futuri maître d’hotel, direttori di agenzie di viaggi, direttori di tour operator, direttori di cantine turistiche che sono la prima linea turistica.
Tutto questo sempre ad opera dell’associazione?
Il progetto è partito in tre regioni con Le Donne del Vino: Piemonte, Emilia-Romagna e Sicilia con 5000 studenti in otto istituti in cui abbiamo insegnato a questi ragazzi che cos’è il vino (lo possono assaggiare solo quelli dell’ultimo anno) e abbiamo illustrato quali sono le professioni del vino, cosa che questi ragazzi non si aspettavano. Si sono resi conto che ci sono addetti al marketing web, alla comunicazione in inglese, al commerciale in lingua estera e i ragazzi si sono entusiasmati abbandonando l’idea che il mondo del vino fosse solo “zappa”.
Un mondo di opportunità che richiede naturalmente livelli di professionalità e competenze adeguati al ruolo che si va a ricoprire. La complessità ormai fa parte del gioco.
Dall’anno prossimo il progetto si estende in tutta Italia con due scuole per regione, per un totale di 20.000 studenti. Stiamo tentando di convincere il Ministero ad andare avanti da solo, in modo che non ci siano figli e figliastri (persone che hanno avuto questa esperienza e chi no). Un’associazione come la nostra di 1.000 membri non può sopperire ad una quantità di istituti come quelli che ci sono in Italia.
Un progetto del genere necessita naturalmente di risorse umane ed economiche, come fate?
Noi ora facciamo tutto come volontariato, ma un domani dobbiamo limitarci, come donne del vino, a delle testimonianze in aula e a delle visite in azienda poiché ci vogliono molte ore e non potremmo fare altro. Ma in un paese come l’Italia che ha l’enogastronomia come primo attrattore di viaggio, non il Colosseo ma l’Amatriciana, non possiamo pensare che le future persone abbiano 60 ore di storia dell’arte e zero ore sul vino.
È ciò che si riscontra anche nel mio settore. Tanti giovani escono dall’università con la laurea in Comunicazione ma non sanno poi come maneggiare gli strumenti del “mestiere”. Quali sono le figure richieste e quali competenze bisogna acquisire per lavorare nella comunicazione. Nei tanti anni di attività non ho mai trovato nessuno pronto per lavorare ma piuttosto da formare.
Naturalmente cosa vuol dire questo? Il primo appello che viene fatto alle istituzioni è di organizzare le strutture formative perché con la legislazione che c’è in Italia l’azienda che investe sulla formazione di un giovane rischia di non riuscire a competere con l’azienda vicina che non ha avuto costi formativi e che quindi può offrire un salario più alto. Bisogna dire che i costi della formazione se le assuma lo Stato, in più bisogna che ci siano degli strumenti di regia nazionale perché non possiamo continuare a lasciare all’azienda il costo sperimentale. Per esempio, dove vanno i turisti alto spendenti? In Piemonte? Lì bisogna formare personale con certe caratteristiche. Le aziende vanno per tentativi.
Anche per questo le aziende chiudono, a stare al passo con i tempi, con la complessità del momento. Bisogna aiutarle con programmi mirati a fornire quelle competenze che oggi servono e che invece scarseggiano.
Il consiglio da dare ai giovani è: non abbiate paura del mondo del lavoro, guardatevi intorno, cercate di formarvi su quello che realmente vi piace, vi entusiasma, su dove desiderate eccellere, perché il punto di congiunzione tra quello che sognate e desiderate e quello che offre il mondo del lavoro c’è, anche se a volte è difficile trovare.
Il famoso detto “chi cerca trova” vale sempre, è sperimentato. Secondo te quali sono i pro e i contro di questo tipo di attività?
Il contro è sicuramente il cambiamento climatico, talmente repentino e violento che ci mette di fronte a delle sfide enormi: gelo, siccità…
La ricerca non è in grado di darti delle risposte in modo rapido quindi noi tutti stiamo facendo delle sperimentazioni nelle nostre strutture. Il cambiamento climatico è incombente. L’altra cosa, il pregio, ti mette in contatto con persone di tutto il mondo che parlano la tua lingua, hanno gli stessi problemi: abbiamo un linguaggio universale.
Come la musica. Rispetto alla crisi causata dal Covid, il vostro settore ne ha risentito?
Noi siamo tra quelli miracolati, avevamo due meravigliose annate di Brunello del 2016 e 2015 che hanno avuto un successo di stampa e commerciale enorme per cui hanno tenuto in piedi le aziende benché il settore turistico presentasse grossi buchi nel bilancio. Ci hanno salvato i bilanci, permesso di continuare gli investimenti, di andare avanti e di superare la crisi. Nel turismo ne abbiamo risentito di più poiché i lockdown sono stati tanti. Per fortuna esportiamo oltre il 70% del nostro vino e questo ci ha aiutato tanto.
Ha creato una stabilità anche nel settore in generale?
Ha tenuto molto bene tutto il settore. Abbiamo più problemi ora perché mancano le bottiglie, il personale. Soprattutto i vetri per le bottiglie sono un serio problema perché le vetrerie sono industrie energivore e quindi stanno cercando di produrre il meno che possono altrimenti andrebbero in fallimento.
È davvero un grande problema. Come vede il futuro?
Mi auguro che la guerra in Ucraina trovi una soluzione anche provvisoria, perché capisco che con tutti i morti che hanno avuto non accettino che il loro sacrificio sia stato vano. Comunque bisogna che ci sia uno stop alla guerra. Spero in un ripensamento di tutti, perché qui siamo di fronte ad un’immediata necessità di salvaguardare l’ambiente, di ritrovare degli equilibri diversi dal consumismo, dallo spreco, dal lusso perché la conseguenza sarà la morte di tutti.
Dobbiamo tornare ai valori fondanti, a quelli veri mettendo in atto una rivoluzione con la sola arma dell’amore e della pace. Quali sono e dove sono localizzate maggiormente le eccellenze del tuo settore?
Certi territori hanno proprio nel terreno, nella vigna qualcosa di particolarmente vocato al vino, ed è lì che si concentrano i talenti e le strutture migliori.
Questa è una condizione imprescindibile?
Non è detto, perché poi trovi la persona geniale, il Beppe Quintarelli della situazione, che crea l’Amarone moderno, Elena Fucci che a Barile crea l’Aglianico moderno.
Quindi è importante puntare sulle innovazioni di prodotto?
Ci sono persone che riescono a capire meglio quel terreno e quella vite e a mettere a punto il processo produttivo per arrivare ad una nuova eccellenza che poi crea opportunità per altri di aprire nuove aziende, fare nuovi investimenti e creano una nuova strada verso lo sviluppo com’è successo in Franciacorta, nell’Etna. C’è una vocazione storica dei territori e poi ci sono altri che sono arrivati al successo di recente come nelle zone vulcaniche con i rosati, le bollicine…
Quali sono i maggiori ostacoli da superare, oltre al clima già citato precedentemente?
In linea generale per le donne la parte più dura è quella finanziaria, il rapporto con le banche anche se apparentemente nel settore del vino il fenomeno sembra essere meno grave rispetto ad altri. Il livello di scolarizzazione delle donne addette all’agricoltura è migliore rispetto a quello degli uomini. Poi abbiamo quello che viene chiamato gender gap, ma in linea generale il settore vinicolo è quello più vicino alla parità di genere rispetto agli altri settori economici. Questo vale per tutto il mondo. Non siamo ancora arrivati però alla parità effettiva.
Un altro problema, purtroppo parzialmente sommerso, è quello delle molestie. Dall’indagine fatta con l’università di Siena, le moleste denunciate a donne del mondo del vino si aggirano al 6% negli ultimi tre anni. Certi procedimenti per arginare questo problema andrebbero messi in atto e noi abbiamo già fatto richiesta al Ministro delle Autorità che però non ha ancora preso provvedimenti. In paesi più evoluti, come la California, all’assunzione al lavoro, per tutti e due i generi, è obbligatorio un corso breve, di poche ore, che insegna a capire la differenza tra la maleducazione, l’atteggiamento lesivo della dignità e il reato.
La persona che ti tocca, ti giudica dai vestiti va già oltre la maleducazione, entra nell’illecito se non addirittura nel reato nel momento in cui c’è un tentativo di costrizione al rapporto sessuale. Bisogna sapere che esistono questi tre livelli e fare in modo che l’ambiente di lavoro sia consapevole di questo. Il corso non è rivolto solo alle donne ma anche alle minoranze, come le persone della comunità LGBTQ, minoranze etniche, i diversamente abili.
Mi è stato chiesto perché non facciamo anche noi questo corso, ho risposto che da noi non ce n’è bisogno: nella mia azienda a nessun mio dipendente verrebbe mai in mente di compiere queste azioni perché sanno che, se mai dovesse arrivarmi sul tavolo qualcosa, saprebbe di fare una brutta fine.
Abbiamo fatto passi avanti ma c’è ancora tanta strada da fare, non abbiamo ancora raggiunto dei traguardi.
Bisogna migliorare, la differenza di genere costa agli italiani 96 miliardi all’anno. Trasformare laureate in baby-sitter e badanti è un danno enorme.
Non è solo un fatto di genere, è proprio un allarme sociale, economico.
Quando dicono la prima risorsa che possiamo introdurre per un reale sviluppo sono le donne è perché il PIL risente fortemente il mancato utilizzo del talento femminile.
Le skill delle donne sono in parte anche complementari e non solo aggiuntive rispetto a quelle degli uomini. Avere più donne al lavoro non ne beneficia solo l’economia per l’aumento di percettori di reddito (e contribuenti, naturalmente), ma anche e soprattutto per l’incremento di produttività.
Appello: chi segue queste informazioni vada poi nelle cantine delle donne dove non troverà soltanto dei grandi vini, ma nuove amiche.
Abitare la prossimità: dolce utopia o nuova sfida? La pandemia ha cambiato il modo in cui viviamo in città, gli spazi urbani sono in crisi. E si parla sempre più di un modello di progettazione urbana con alla base l’idea che ogni servizio essenziale debba essere raggiungibile con una passeggiata lunga o una pedalata, al massimo, in 15 minuti. Mai come ora, in questo periodo in cui siamo così concentrati su ciò che è locale, ci sembra importante la sensazione di essere connessi e sostenuti. Il 2020 ha portato molte cose, la maggior parte delle quali inaspettate e indesiderate, ma l’attenzione sul luogo dove viviamo sta al cuore di ciò che ci è stato consegnato da questo momento introspettivo. Mai prima d’ora siamo stati costretti a immergerci nelle nostre comunità e a sollevare il velo su ciò che costituisce veramente i nostri quartieri. L’interconnessione tra il progetto delle nostre città e la felicità dei residenti è un racconto che conosciamo bene, ed è proprio la focalizzazione sulla salute e sulla prosperità che ha portato all’importante narrazione del “quartiere dei 15 minuti”.
Conciliare le esigenze della città sostenibile, ma anche i nuovi ritmi con altri modi di vivere, di abitare, di lavorare, di godere del tempo libero passa allora attraverso una trasformazione dello spazio urbano ancora fortemente funzionale, con la città centro e le sue diverse specializzazioni verso una città policentrica, sostenuta da 4 componenti principali: la vicinanza, la diversità, la densità e l’ubiquità. È la città del 1/4 dell’ora, dell’iper-prossimità, dell’“accessibile” a tutti e in qualsiasi momento. Quella in cui, in meno di 15 minuti, un abitante può soddisfare i suoi bisogni essenziali di vita. Mettere al centro le persone e le loro esigenze, senza dimenticare l’ambiente, questa la sfida. Un centro urbano che avvicina i servizi, ne semplifica l’accesso, riduce le disuguaglianze e migliora la coesione sociale dando valore ad una nuova dimensione sostenibile di vicinato. I vantaggi di questa nuova città dove tutto è “a portata di mano” sono molteplici: ottimizza gli spostamenti, contribuisce alla riduzione dell’inquinamento, permette il ripensamento dello spazio urbano e ne accelera la trasformazione, incoraggia il movimento, dà nuovo valore al tempo, in sintesi: migliora la vita delle persone e punta a preservare l’ambiente, nel breve e nel lungo periodo.
Se ti domandassero quale sia la caratteristica della tua città ideale… cosa risponderesti? Più verde? Più ricca di attrazioni? Con più servizi? Per tanti, molti, in questo ultimo periodo la risposta giusta è quella che disegna una città dove si impiega massimo un quarto d’ora del proprio tempo per raggiungere, a piedi o in bicicletta (sicuramente non in macchina) il luogo di lavoro, i bar, il supermercato, il teatro, l’ospedale e tutto ciò che può servire nella propria vita. L’idea non è di certo nuova, venne proposta per la prima volta addirittura nel 1923 in un concorso nazionale di architettura di Chicago per costruire nuovi quartieri residenziali compatti. Ma è con le amministrative del 2020, in piena pandemia, che l’idea, grazie alla riconfermata sindaca di Parigi Anne Hidalgo, ha preso nuovo slancio basandosi sulle proposte di Carlos Moreno, docente di urbanistica presso l’Istitut d’administration des entreprises della Sorbona. Ed è proprio seguendo i suoi studi che la città dei 15 minuti ha assunto una concezione diversa dall’idea di prossimità orientandosi soprattutto verso un’impostazione sempre più votata allo sviluppo sostenibile. Il compito di urbanisti e architetti, al giorno d’oggi, non è più quindi soltanto fare in modo che le persone possano raggiungere i luoghi di interesse in poco tempo, a bordo di auto, metro o treni, ma dislocare quegli stessi luoghi più vicini alle persone in modo che possano recarsi a piedi o in bici. Il beneficio, naturalmente, sta nel permettere ai cittadini di muoversi di meno o solo con le proprie gambe, abbattendo di fatto anche le emissioni di gas nocivi per noi e per il nostro pianeta.
“Vivere diversamente significa soprattutto cambiare il nostro rapporto con il tempo, essenzialmente tempo relativo alla mobilità che ha fortemente degradato la qualità della vita – spiega lo stesso Moreno – È tempo di passare dalla pianificazione della città alla pianificazione della vita urbana e trasformare lo spazio cittadino attraverso le sei funzioni sociali essenziali: vivere, lavorare, rifornirsi, prendersi cura di sé, imparare e divertirsi”.
In Europa c’è già qualcuno che su questo versante primeggia: sono i Paesi Bassi. Attraverso una progettazione efficace del territorio e del suo tessuto economico e commerciale, in Olanda per esempio oltre l’89% degli insediamenti rientrano a pieno titolo nella Città dei 15 minuti.
E in Italia? A che punto siamo? Come in Francia recentemente anche i nostri politici hanno cominciato a pensare all’impostazione della città dei 15 minuti. A Milano per esempio sta prendendo piede la visione di quartieri residenziali, anche lontani dal centro storico, caratterizzati da un’integrazione di servizi e proposte: l’operazione di riqualificazione milanese, in nome della micro mobilità salva tempo, non sarebbe comunque un’impresa facile, visto che servirebbe un restyling completo della metropoli. A Roma la proposta è stata avanzata durante la campagna elettorale dal candidato (poi sindaco) Roberto Gualtieri. Non resta che vedere quanto queste promesse trovino poi concreta attuazione nella realtà. D’altronde la scommessa piace agli italiani: secondo un sondaggio realizzato per Legambiente, diffuso di recente, l’idea incontra molti favori e piacciono persino le politiche di limitazione quasi totale della circolazione di auto e moto. La maggioranza degli intervistati ritiene però al tempo stesso che si tratti di un progetto “non realistico”. La pista è quella giusta, insomma, ma il sospetto che si tratti soltanto di uno slogan (almeno al momento) è altrettanto polare. Ma una cosa è certa: fra i benefici della città dei 15 minuti c’è innanzitutto una migliore qualità della vita grazie al tempo che si risparmia negli spostamenti e una maggiore funzionalità dello spazio urbano, che riduce lo stress e incoraggia il movimento. Non solo, un altro importante punto a favore di questo modo di costruire gli spazi urbani è quello di promuovere un maggior senso di prossimità e di comunità, entrambi riscoperti forzatamente in tempi di pandemia, ma che appaiono sempre più un patrimonio del quale volersi appropriare in pianta stabile, sfruttando al massimo le opportunità offerte in tal senso dalla tecnologia.
Le città devono e possono rinnovare il proprio significato costruendolo insieme e attorno ai propri cittadini, utilizzando la tecnologia come l’attore abilitante per una urban experience efficace e realizzando una interfaccia che risponda alle differenti nature dei suoi utenti.
Sintesi dell’intervento della Presidente Nazionale Giovanna Guercio alla Festa di Scienza e Filosofia – Virtute e Canoscenza,Foligno, 21-24 aprile 2022.
La Festa di Scienza e Filosofia – Virtute e Canoscenza (in omaggio a Dante Alighieri e alla prima copia della Commedia data alle stampe a Foligno nel 1472) è arrivata alla sua undicesima edizione, dopo l’interruzione nel 2020 a causa della pandemia.
Scienziati di molteplici discipline si confrontano su un tema diverso per ogni edizione.
Il tema di questa edizione è stato “Riprendiamo il cammino. La Scienza, il nuovo sviluppo, il pensiero libero”, che ha portato a riflessioni sui rapporti tra scienza moderna, modelli di sviluppo sostenibile, tutela della Natura.
La democrazia si rafforza grazie a una pluralità di fattori, fra cui diffuse pratiche di partecipazione civile, in cui acquisire competenze per la vita pubblica. Nel Soroptimist club International, che ho l’onore di presiedere a livello nazionale, le socie di ogni club, diverse per formazione, professione, età, si confrontano continuamente per realizzare nei propri territori progetti e service coerenti con i bisogni del territorio e gli obiettivi nazionali, europei e internazionali del club. Parole e azioni per promuovere la cultura dei diritti, lo sviluppo sostenibile e la democrazia duale.
In questa sede ci soffermeremo sul ruolo che possono avere associazioni, come il Soroptimist International d’Italia rispetto allo sviluppo della partecipazione democratica.
Obiettivi, Ruoli e Metodo nel Soroptimist International
La qualità di partecipazione, all’interno di ogni sistema, può essere rafforzata o indebolita da una pluralità di fattori, fra cui la chiarezza o meno degli obiettivi perseguiti, della continuità nelle azioni per perseguirli e dal modo in cui ci si portano avanti le relazioni. Per quanto riguarda le finalità del Soroptimist club International sono fondanti l’affermazione dei Diritti Umani e la lotta contro ogni discriminazione.
Ricordiamo che questo club service è nato poco più di 100 anni fa, nel 1921 a Oakland in California, “con un progetto di respiro internazionale”[1], come scrive la nostra socia e storica Anna Maria Isastia, e si è diffuso in tutto il mondo.
Proprio per il suo impegno verso i Diritti Umani, riconosciuto a livello internazionale, il Soroptimist International ha potuto partecipare con la socia brasiliana Berta Lutz – una delle quattro donne su 800 delegati – ai lavori preparatori della Carta dell’ONU nella Commissione presieduta da Elisabeth Roosvelt.
Con Berta Lutz il Soroptimist ha contribuito a definire il nuovo progetto di democrazia, fondato sul rispetto dei diritti per ogni persona, senza alcuna discriminazione.
La crescita dell’Associazione è avvenuta attraverso la codificazione di ruoli e di un metodo che consentisse uno scambio d’informazioni, progetti, best practices fra la Governance Internazionale e le Federazioni, fra queste e le singole Unioni Nazionali, come quella italiana, così come fra quest’ultime e i vari club territoriali.
L’impegno è stato quello di favorire, ma anche regolare in modo agile una circolarità d’informazioni.
Negli ultimi anni, accanto al sistema di comunicazione internazionale e di partecipazione è cresciuta anche quella fiorita con il social che ha incrementato il vitale scambio d’informazioni fra singoli club e non solo fra i vertici e la base. In particolare, dal 2021 l’Unione Italiana, con il suo progetto “Una finestra sul Soroptimist nel mondo” sta curando la circolarità d’informazioni fra l’Italia egli altri paesi e fra i vertici del Soroptimist e i vari club internazionali.
Il modello di organizzazione e il senso di comunità nei singoli club
Lo sviluppo della partecipazione democratica, all’interno di ogni organismo e quindi anche del Soroptimist International richiede non solo l’adesione a principi comuni, ma anche una pratica continua e consapevole di alcune azioni. La qualità della partecipazione, all’interno dei club, dipende in particolare da due fattori: la presa a carico dei ruoli previsti e la dimensione della convivialità.
Per quanto riguarda il primo punto, cioè i ruoli nel club, è prevista, ogni due anni, la rotazione e la divisione delle numerose cariche, oltre a quello della Presidente, Segretaria e delle Consigliere, che consente di coinvolgere, come richiede lo Statuto, la maggioranza delle socie. La partecipazione a nuovi Comitati e Progetti permette, inoltre, di dare spazio alla espressione di tutte, secondo i propri tempi e le proprie competenze.
La lungimiranza dello Statuto risiede nell’implicita idea che per lo sviluppo del club c’è bisogno di una partecipazione diffusa. Per questo motivo la leader, cioè la Presidente in carica dei vari club, ha sulla carta un fondamentale ruolo di servizio. Possiamo dire che ogni presidente può costruire un ponte tra i vertici dell’Associazione e il club, occupandosi, non solo della chiarezza degli obiettivi, del metodo e presa a carico dei ruoli, ma anche dell’attenzione al clima relazionale, alla qualità della comunicazione e allo sviluppo sia dei progetti di club, sia all’espressione, crescita e benessere di ogni socia. Chiaramente più ci si avvicina a questo modello organizzativo più prende forma la partecipazione, si rafforza il senso di appartenenza e di comunità. Quando, invece, ci si allontana dal modello indicato, si rischia di cadere in una gestione del club portata avanti da poche socie, quali la Presidente, la segretaria e qualche altra, con quell’inevitabile aumento di demotivazione e possibile contrapposizione, che caratterizza i vari ambienti in cui la pluralità delle persone non si sente in qualche modo partecipe e protagonista di un processo.
Questa crescita di democrazia partecipata, di fatto, richiede la continua promozione a livello nazionale di un’adeguata consapevolezza e formazione, sia a livello di Leadership, sia di Membership. In particolare, occorre la progressiva padronanza di quelle che sono definite soft skills, vale a dire le abilità, ritenute essenziali nel mondo del lavoro o nei vari ambienti lavorativi d’impegno operativo come i club service, per sapersi rapportare, collaborare, risolvere problemi e prendere le decisioni di propria competenza.
Una delle caratteristiche dei club service è anche quella della vita conviviale. Sono previsti, infatti, momenti d’incontro in locali pubblici o nelle case delle socie, in cui dopo la relazione di una socia o di una persona esperta esterna, si cena assieme, si parla dell’evento, ma anche di altro. Si costruiscono relazioni piacevoli e, in qualche modo, si dà una dimensione emotivo-affettiva allo stare assieme. Elemento, questo, essenziale, all’interno dei vari gruppi per quel senso di appartenenza “emotivo, affettivo” e non solo “razionale” che è fondamentale per costruire non solo gruppi coesi, ma anche comunità in cui in cui ci si sente a proprio agio.
Negli ultimi due anni, in occasione del Lockdown da pandemia per Covid – 19, sono nate anche chat di club e delle diverse professioni che hanno potenziato ancor più lo scambio e la comunicazione.
Dall’esperienza di Comunità nei club alle azioni partecipate sui territori
Nel nostro club, così come in altre realtà, il compito e il servizio di chi ha ruoli apicali sono soprattutto quelli di valutare e riuscire in qualche modo a ridurre i rischi e a potenziare i fattori di protezione: intima coerenza con le finalità, padronanza delle soft skill, ecc. Questa direzione, peraltro indicata dagli Statuti come già abbiamo detto, richiede un’attenzione continua, non solo alle azioni esterne, ai service a vantaggio della cittadinanza, ma anche alla coesione interna, alla crescita delle competenze politiche, alla capacità di ascoltare punti di vista diversi, all’argomentazione dei propri punti di vista e al confronto costruttivo per obiettivi rivolti al bene comune.
Imparare a fare questo confronto fra socie di diversa formazione culturale, professionale, condizione sociale, economica e fasce di età, attraverso azioni comuni e momenti conviviali, è una grande pratica, che, quando è realmente attuata, diviene un’opportunità di crescita per ognuna e la possibilità di muoversi all’esterno con un giustificato senso di appartenenza che induce inevitabile autorevolezza ed efficacia.
Dalla qualità di questo processo di coesione interna, quando i club diventano delle vere comunità, si rafforza anche la possibilità di costruire dei processi partecipati nei vari territori, e non solo a livello nazionale, europeo o internazionale. La coesione interna porta inevitabilmente a muoversi sul territorio con chiarezza, facendo ricorso alle competenze presenti nel club.
Bibliografia
Abramavel R., D’Agnese L. (2015) La ricreazione è finita. Scegliere la scuola. Trovare il lavoro. Milano: Rizzoli.
Bauman Z. (2003). Voglia di comunità. Bari: Editori Laterza.
Francescato D., Putton A. (2000). Stare meglio assieme. Milano: Oscar Mondadori.
Isastia A. M. (2021). Una rete di donne nel mondo. Soroptimist International, un secolo di storia (1921 – 2021). Roma: Edizioni di Storia e Letteratura.
La Marca A. (2020) Soft Skills e saggezza a scuola. Brescia: Scholè.
Quaglino G. P., Casagrande S., Castellano A. (1992), Gruppo di lavoro Lavoro di gruppo. Milano: Raffaello Cortina Editore.
[1] Isastia A. M. (2021). Una rete di donne nel mondo. Roma: edizioni di Storia e Letteratura. Pag. 15
AgnesePini decide di fare la giornalista a sedici anni, dopo aver letto i punti di vista espressi da Oriana Fallaci, Enzo Biagi, Dacia Maraini e Tiziano Terzani, pubblicati sul Corriere della Sera in seguito al crollo delle Torri gemelle, durante gli attentati dell’undici settembre 2001. Dopo un esordio precoce (il suo primo articolo esce sul quotidiano La Nazione nelle pagine locali di Carrara, il giorno del suo ventiduesimo compleanno), inizia a collaborare con varie testate a carattere nazionale da Il Giorno, l’ANSA, la redazione di Metropoli, Mondadori ed il Gruppo editoriale L’Espresso. Nel 2016, ritorna alla Nazione con l’incarico di Vice Caposervizio della redazione di Siena. Nell’anno successivo, si sposta a Firenze, nella sede centrale del quotidiano toscano, dove dal primo di agosto del 2019, prende la direzione, all’età di 34 anni. Dal primo luglio del 2022, assume anche l’incarico della direzione de Il Giorno, de Il Resto del Carlino e di Quotidiano Nazionale, diventando, di fatto, direttrice di tutti i quotidiani del gruppo editoriale Monrif, amministrato da Andrea Riffeser Monti.
Direttrice, ci può spiegare cos’è QN?
Si potrebbe definire una sorta di vetrina di tre testate storiche, prestigiose, Il Giorno, Il Resto del Carlino e La Nazione, nata dalla visione lungimirante di Andrea Riffeser.
Questa strategia ha reso possibile un coordinamento fra notizie di carattere internazionale, nazionale e locale con una valorizzazione del territorio, garantita dalle varie redazioni locali che spaziano dalla Lombardia all’Umbria.
Chiaramente, ciò ha comportato un lavoro complesso costruito sull’ascolto, la mediazione, la pazienza nella selezione delle notizie delle varie redazioni ma è ciò che rende unico QN all’interno del mercato editoriale italiano dove la carta stampata, da ormai ventanni, sta perdendo enormi fette di mercato. Il radicamento territoriale di QN costruito sulla familiarità, sulla tradizione e storicità, sulla consuetudine delle tre testate sopra citate funge da ancoraggio nella caduta verticale delle vendite dei quotidiani, in Italia.
Inoltre, la valorizzazione del territorio fa si che notizie locali che rimarrebbero escluse dal circuito nazionale possano emergere ed assurgere, a seconda dei casi, alla diffusione nazionale.
Come si arriva alla Direzione di QN?
Tre anni or sono, venni nominata direttrice de La Nazione di Firenze, a soli 34 anni.
Fu una nomina del tutto inaspettata, proprio in quanto prevedeva un ruolo direttivo da parte di una donna. Si trattò, allora come ora, di una chiara espressione di volontà di genere, da parte dell’Editore.
Se non ci fosse stata questa espressione di valorizzazione di genere, non sarei diventata direttrice de La Nazione, allora e di QN, ora. Purtroppo, in Italia, è ancora impossibile per una donna raggiungere ruoli professionali direttivi, soprattutto in alcuni ambiti di attività e, sicuramente, il giornalismo si colloca fra questi. In effetti, non ho termini di paragone o modelli a cui ispirarmi. Mi rendo conto di rappresentare un’unicità nel panorama editoriale italiano e, proprio per questo, mi sento ulteriormente stimolata a migliorarmi, ponendomi l’obiettivo di una continua formazione professionale e personale.
Esiste un problema di scelta che parte da chi sceglie. È giusto dire e ribadire che io non sono e non mi considero la giornalista donna migliore nel panorama editoriale italiano. Mi è stata concessa un’occasione tramite il meccanismo delle Quote Rosa che rappresentano, incontrovertibilmente, una forzatura ed una distorsione anche rispetto al valore della meritocrazia ma che in un Paese come l’Italia, dove la metà di chi svolge la professione giornalistica è donna, diventa l’unica possibilità di assurgere a ruoli direttivi.
L’ISTAT ci rivela che nel 2021, in Italia seconda manifattura d’Europa oltre che Paese fra i più industrializzati al mondo, mediamente, solo il 49% delle donne è impegnata in un’occupazione stabile, praticamente, una donna su due. Mentre, la percentuale scende al 30% nel Mezzogiorno. La freddezza dei numeri non parla, poi, delle conseguenze di queste rilevazioni in termini di mancanza di autonomia economica, sociale, ma anche negli equilibri familiari.
Quindi, le quote rosa rappresentano un’occasione che non va sprecata per arrivare a giocare delle partite senza handicap in partenza causati dall’identità di genere.
Come si è trovata a dirigere anche i suoi colleghi uomini?
Non sperimento differenze particolari nella direzione. Dirigere coincide, fondamentalmente, nel guidare le scelte degli altri. E ciò lo si fa partendo dall’etica del proprio ruolo ma anche della propria personalità, da chi siamo intimamente. Trovo sbagliato e pericoloso assumere ruoli precostituiti che non ci appartengono. Il giornalismo che si svolge in redazione si configura come l’attività in cui la scelta è strumento essenziale. La cosiddetta linea editoriale è l’insieme di scelte che la direttrice pone in essere con la sua redazione. E siccome la scelta è opinabile, il giornalismo è il mestiere dove si “sbaglia” maggiormente. Il margine di errore è elevatissimo, soprattutto in un quotidiano. Il deterrente consiste nel fatto che i giornali sono prodotti da tante persone per cui esiste una sorta di controllo e gestione dell’errore interna alle singole redazioni.
Questa la differenza fondamentale con l’influencer che lavora solo.
La direttrice si assume l’ultima fetta della scelta ed è colei che è responsabile della linea adottata.
Esiste una differenza di stile comunicativo soprattutto nella descrizione di fatti di violenze sessiste, fra giornalisti uomini e giornaliste donne?
No, non esiste perché siamo tutti immersi nella stessa cultura.
Gli strafalcioni o, peggio, le insensibilità di alcuni titoli (“Uccisa dal marito che pensava lo tradisse”…) li scrivono sia gli uomini che le donne perché apparteniamo allo stesso filone socioculturale. Dobbiamo sforzarci di utilizzare un linguaggio consono, evitando parole distorte e distorsive. È un compito fondamentale che ogni professionista dell’informazione deve imporsi. Ci si deve sforzare adottando registri semantici eccentrici rispetto alla cultura ancora dominante, sessista nei fatti.
Da questo punto di vista il confronto con le varie reti sociali è molto utile perché nella sua immediatezza aiuta la carta stampata in un percorso di autoconsapevolezza e supervisione.
L’utilizzo della declinazione di genere femminile in alcuni termini può rafforzare l’identità femminile?
Se ci si vuol riferire alla “questione” Treccani, penso che, semplicemente, Treccani abbia recepito la vera essenza della lingua italiana che ha straordinarie sfumature fra le quali la declinazione di genere. Personalmente trovo allucinante il dibattito che si è aperto circa le prese di posizione relative alla declinazione di genere delle parole, in particolare, di quelle che definiscono l’ambito professionale delle donne.
La discrasia è, ancora una volta, culturale e non linguistica. Le donne debbono avere l’autonomia di scegliere il proprio nome. Negli anni settanta il dibattito era centrato sul corpo (il corpo è mio e lo gestisco io), ora, sembra si sia spostato sul nome (il nome è mio e lo scelgo io. ndr) Io ho scelto di chiamarmi e farmi chiamare direttrice ma rispetto, senza alcuna giudizio, chi preferisce il termine declinato al maschile.
Viviamo in un Paese che giudica, in modo acrimonioso, il nome con cui le donne decidono di farsi chiamare.
Quali le direzioni di lavoro per traguardare la parità di genere?
Innanzi tutto riconoscendo la reale situazione di disparità in cui, ancora, vivono le donne. Il cambiamento può avvenire solo se sono chiare le condizioni di partenza. Ovvero, va compresa ed analizzata la condizione femminile in Italia, neutralizzando le disparità con ogni mezzo. In primis, l’ambito politico perché il gender gap lo si contrasta tramite l’elaborazione di leggi mirate che consentano il riconoscimento di diritti fondamentali in ambito assistenziale, formativo, economico oltre che professionale. Poi, certamente, ciascuna di noi può e deve agire, in proprio, nell’ambito delle proprie facoltà affinché gli equilibri cambino, siano più stabili, cercando di imprimere la propria identità nei rapporti personali col proprio partner, coi colleghi, nelle relazioni sociali, in genere. Certamente, il cambiamento rende insicuri e, spesse volte, soprattutto le donne più giovani si convincono di non essere all’altezza di determinati incarichi, di non riuscire ad essere sufficientemente brave e preparate per affrontare ruoli direttivi. In realtà mancano le occasioni per dimostrare la tenuta e le proprie capacità. Bisogna creare occasioni nuove alle donne, anche attraverso forzature. La mia storia professionale lo sta dimostrando.
La mancanza di occasioni, rende le donne più fragili e perennemente timorose nei confronti delle critiche circa il loro operato, oltre che vittime di negazione sociale.
La propria identità si costruisce e si rafforza, ogni giorno, diventando (come dice Nietzsche) ciò che si è.
Il Global Media Monitoring Project (GMMP) è il più ampio e longevo progetto di advocacy e di ricerca sulla rappresentazione delle donne nei contenuti dell’informazione, promosso e coordinato dalla World Association for Christian Communication, in collaborazione con una rete mondiale di ricercatori e ricercatrici aderenti all’iniziativa su base volontaria. (https://whomakesthenews.org).
Il progetto è nato nel 1995, durante i lavori di preparazione alla quarta Conferenza mondiale sulle donne organizzata dalle Nazioni Unite a Pechino, e raccoglie ogni 5 anni dati sulla presenza delle donne e degli uomini nei contenuti dell’informazione e sulla qualità dell’informazione quotidiana di stampa, radio, TV e, dal 2015, Internet e Twitter. I risultati consentono alla comunità internazionale di verificare lo stato di avanzamento delle donne rispetto ai due obiettivi fissati per il settore dei media dalla Dichiarazione e Piattaforma d’azione di Pechino, ovvero:
1• aumentare la partecipazione delle donne all’espressione e ai processi decisionali dentro e attraverso i media e le nuove tecnologie della comunicazione
2• promuovere una rappresentazione bilanciata e non stereotipata delle donne nei media.
I dati costituiscono una bussola utile a tutti i paesi aderenti al GMMP (116 nel 2020) per la realizzazione dell’uguaglianza di genere nei media, un settore che l’ONU per la prima volta nel 1995 ha dichiarato strategico per il miglioramento della condizione femminile in tutto il mondo.
La sesta edizione del GMMP Italia ha visto la partecipazione di 7 gruppi di ricerca afferenti all’Osservatorio di Pavia e alle Università Ca’ Foscari di Venezia, della Calabria, di Milano Bicocca, di Padova, di Roma La Sapienza e di Torino, coordinati da me insieme alla professoressa Claudia Padovani (Università di Padova). Il campione di analisi ha incluso 38 testate giornalistiche nazionali che sono dettagliate nel rapporto di ricerca disponibile onlinehttps://whomakesthenews.org/gmmp-2020-final-reports/
I risultati attestano una presenza delle donne come fonti o newsmaker mediamente pari al 26%: 24% per i mezzi di informazione tradizionali (radio, stampa e TV) e 28% per quelli digitali (Internet e Twitter), in crescita rispetto al 2015, rispettivamente di 3 e 1 punto percentuale. Sono senz’altro segnali positivi che confermano il progressivo avvicinamento dell’Italia al resto del mondo (25%), ma che risultano ancora troppo deboli. Se pensiamo che le donne in Italia hanno un’incidenza superiore al 50% sull’intera popolazione, è evidente che i mezzi di informazione nazionale continuano a riflettere una società lontana da quella reale. Una maggiore aderenza alla realtà è attestata invece dalla visibilità delle giornaliste, mediamente pari al 41%, un valore in linea con la loro rappresentanza effettiva nella professione: 41,6% nel 2020, secondo i dati INPGI.
Per quanto riguarda le funzioni delle persone di cui si parla o intervistate nell’informazione, sia i media tradizionali sia i media digitali, registrano la prevalenza di tre categorie: le persone che fanno notizia in quanto argomento/oggetto della stessa, quelle interpellate come portavoce di associazioni, aziende, enti, istituzioni, organizzazioni, partiti, etc. e le persone intervistate in qualità di esperte. Tolte le persone che fanno notizia in quanto protagoniste di eventi che superano la soglia di notiziabilità, portavoce ed esperte/i restano infatti le persone più visibili nell’informazione quotidiana italiana, o perlomeno in quella monitorata dal GMMP, che non include tutti i generi e sotto-generi informativi, e tuttavia riguarda un campione di notizie che raggiunge un pubblico molto vasto e diffuso. I criteri di selezione dei media monitorati dal GMMP tengono infatti primariamente conto di fattori di audience e readership.
Venendo ora ai dati per genere, i risultati sulle funzioni delle persone nelle notizie attestano una presenza femminile fra le persone oggetto/argomento di notizia perfettamente in linea con la media generale nei mezzi di informazione tradizionali (24%) e superiore nei media digitali (29%). Per quanto riguarda le portavoce, esse superano quota 24% sia nei media tradizionali (30%), sia nei media digitali (31%), attestandosi su un valore medio del 30%, raddoppiato rispetto al 2015. Le esperte invece si attestano su valori molto più bassi, registrando nel complesso una percentuale del 13%, risultato della media ponderata tra il 12% dei media tradizionali, rispetto al 18% del 2015, e il 16% dei media digitali, come nel 2015.
Un fenomeno che non si è invece verificato a livello globale, dove, al contrario, il contesto pandemico sembra aver favorito la visibilità delle esperte, cresciuta complessivamente dal 19% del 2015 al 24%, e sino al 29% nelle notizie correlate al Covid-19, che, come nell’informazione italiana, riguardano il 25% delle notizie monitorate. Quale fattore abbia sfavorito la visibilità delle esperte nelle notizie italiane è una domanda per ora ancora inevasa. Non sembra infatti possibile ascrivere la diminuzione delle esperte concomitante al dominio del Covid-19 nell’agenda dei media italiani a un mancanza di professioniste impegnate in materia. Solo la banca dati www.100esperte.it, nata nel 2016 su iniziativa dell’Osservatorio di Pavia e dell’associazione di giornaliste GiULiA, sviluppata dalla Fondazione Braccio e con il supporto della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, proprio per favorire la reperibilità di donne esperte da parte di media, ne mette a disposizione oltre 50. I fattori all’origine di questa grande “opportunità mancata” di includere le donne, e in particolare, la loro expertise, nell’informazione pandemica credo debbano essere cercati altrove.
Siamo andati in Sardegna, da una giovane imprenditrice innamorata della sua terra. “Due sono le fortune della mia vita − ci dice Elisabetta Sala −: essere nata da una storica famiglia del vino ed essere nata a Serdiana, perchè questo mi permette di portare al massimo la mia passione per il territorio”. Ed in effetti, da queste colline di calcare, scisti e marne affacciate sul mare, la sua cantina Mora&Memo ha subito dimostrato un carattere forte, giovane, femminile ed orgoglioso come le “bandidas”, le donne forti della tradizione sarda disegnate da Katia Marcias sulle sei etichette.
Anche perché, tra le montagne dei Sette Fratelli ed il golfo di Cagliari, la natura è così protagonista che la visita, qui, non si fa alla cantina, ma in vigna. La collina di Mora e Memo, racconta Elisabetta, è l’unica circondata da macchia mediterranea, per cui, nelle diverse stagioni, si cammina tra le vigne e ci si ferma a fare assaggi di frutta, tra ulivi, fichi, mandorli.
Chi viene qui deve amare la natura, ed allora, su appuntamento, viene accompagnato personalmente da Elisabetta fino al magico Su Stanu Saliu, lo stagno salato circondato da vigne, in cui fino a giugno vivono i fenicotteri rosa. Da qui, si visita Serdiana, il piccolo antico paese dove c’è la Cantina della famglia Pala, con le case a corte campidanesi e le torri merlate, e poi si scende al mare. I consigli di Elisabetta? Certamente la fantastica spiaggia del Poetto a 15 minuti dalle sue vigne. In città, si va per gustare i piatti del “re del tonno”, lo chef Luigi Pomata e per la notte, allo storico Hotel Regina Margherita, ai piedi del bastione della città vecchia.
di Elisabetta Heindl, Studentessa di Scienze naturali e Lingue
Vienna è considerata una pioniera nella pianificazione urbana orientata al gender. Sotto il concetto del gender mainstreaming, la città di Vienna si impegna da oltre 15 anni a pianificare l’urbanistica in base alle esigenze quotidiane delle donne.
La “pianificazione di genere” è una strategia di garanzia della qualità nella pianificazione urbana che tiene conto in modo specifico gli interessi e le esigenze dei diversi gruppi sociali. Nei quartieri, non solo il genere ma anche i ruoli sociali e i diversi gruppi sociali, le persone di tutte le età e i diversi contesti culturali sono inclusi nella pianificazione. Era centrale il fatto che tutto il necessario fosse disponibile nelle immediate vicinanze: ambulatori medici, scuole, negozi.
Già 30 anni fa questo concetto veniva chiamato “città delle brevi distanze”. Oggi si parla di “città di 15 minuti”, ed è diventato un concetto riconosciuto a livello internazionale. Questo concetto descrive l’uso di strutture miste attraverso le quali si possono raggiungere tutto ciò di cui si ha bisogno per la vita quotidiana entro i 15 minuti. Una mostra intitolata “Chi possiede lo spazio pubblico? Women’s Everyday Life in the City” ha affrontato per la prima volta il tema del camminare, degli spazi di paura e di benessere, nonché dell’importanza dei parchi e degli spazi verdi per i bambini, gli anziani e le persone che se ne prendono cura.
Inoltre, si tratta di essere in grado di coprire queste distanze in modo confortevole e sicuro. Ad esempio, se i marciapiedi non sono abbastanza larghi da permettere a una carrozzina di camminare accanto a un altro bambino, rappresentano un problema per le giovani famiglie. Anche loro, così come le persone in sedia a rotelle o con deambulatori, trarrebbero beneficio da un maggior numero di rampe nel paesaggio urbano. Anche per i bambini e gli anziani è fondamentale disporre di posti a sedere sufficienti negli spazi pubblici per riposare e trattenersi. Come progetto pilota, queste stesse misure sono state ampliate a Mariahilf.
Le amache del Bruno-Kreisky-Park sono pensate per invitare le persone a soffermarsi. ORF/Louis Ebner
La percezione della sicurezza è un altro aspetto da tenere in considerazione nella pianificazione. Statisticamente, i giovani uomini sono i più frequenti autori e vittime di esperienze di violenza negli spazi pubblici. Le ragazze e le donne, tuttavia, sono molto più frequentemente esposte ad aggressioni e molestie sessuali. L’obiettivo di una pianificazione che risponda alle esigenze di genere è quello di progettare gli spazi pubblici in modo che le persone possano orientarsi facilmente.
Perciò anche nei parchi si è riflettuto sulle esigenze di comfort e sicurezza delle donne e delle ragazze della città. Ad esempio, nel parco Alois Drasche è stata garantita una maggiore sicurezza grazie alla scelta di piantare cespugli bassi e di integrare una migliore illuminazione, che rendono il parco un luogo sicuro soprattutto anche di notte.
Il passaggio nel parco Alois Drasche è illuminato e i cespugli sono tagliati bassi.ORF/Louis Ebner
I luoghi che potenzialmente scatenano il disagio sono chiamati spazi della paura. La sensazione di sicurezza può essere supportata da piani di misure, come l’installazione di specchi, il taglio delle siepi e l’illuminazione dei luoghi.
In questo modo, aumentano anche i parcheggi per le donne in tutta la città. Questi sono collocati in luoghi facilmente visibili, ben illuminati e di solito anche in prossimità di uscite. In questo modo, come donna, ci si sente più sicure nell’ambiente circostante e si può chiedere aiuto rapidamente in caso di emergenza.
In un confronto internazionale, Vienna si distingue soprattutto per la progettazione di parchi sensibili al gender. Alcuni studi hanno dimostrato che a partire dall’età di circa nove anni le bambine trascorrono meno tempo nei parchi. Ciò è dovuto al fatto che le strutture logistiche e sportive erano fortemente orientate alle esigenze dei giovani maschi.
Spesso le ragazze giovane vengono cacciate dalle aree di calcio perché i ragazzi sono dell’opinione che non abbiano diritto di stare qui, un comportamento definito dai sociologi come “il diritto del più forte”. Allo stesso tempo, però, si sapeva dai sondaggi che le ragazze trovavano interessante il calcio, ad esempio. Perciò in alcuni parchi, come nel parco Alois Drasche, i responsabili del parco organizzano regolarmente dei tornei di calcio specialmente per le ragazze.
Progetti speciali Seestadt e Sonnwendviertel
Nelle aree di sviluppo urbano Seestadt e Sonnwendviertel si è cercato di combinare molte di queste misure. Inoltre, in entrambe le aree è stato dato un segnale per quanto riguarda l’intitolazione di strade e piazze: Quasi tutte le strade e le piazze portano il nome di artiste e scienziate. Perché nel resto di Vienna, un numero sproporzionato di luoghi porta il nome di uomini. Kail afferma: “Si può dire che è una politica simbolica, ma è un segnale importante e serve da modello per i bambini e i giovani.
La riprogettazione del Reumannplatz è considerata un progetto modello per la partecipazione dei cittadini. Il prolungamento della linea metro U1 ha reso possibile la rimozione dei binari del tram che dividevano Reumannplatz in due. L’ufficio di pianificazione del paesaggio «tilia» ha pianificato attività con offerte per diversi gruppi. Ad esempio, le persone sono state interrogate sulle loro esigenze in varie sedi con caffè e dolci in diverse lingue.
“Un tema molto importante è il cosiddetto lavoro di cura”, afferma Eva Kail, esperta di pianificazione equa di genere presso il Dipartimento di Urbanistica, in un’intervista rilasciata a Radio Vienna. Si tratta del lavoro domestico e familiare, come i compiti di cura e la casa. Il design della città può sostenere o limitare le persone nel perseguire questo lavoro. Inoltre, ci sono semplicemente interessi diversi. Le ragazze tendono a praticare sport di equilibrio come la pallavolo e a preferire ritiri comunicativi protetti. I progetti modello sono stati realizzati con il coinvolgimento attivo delle ragazze.
Un numero speciale, colorato di arancio, elemento simbolo, segno distintivo della nostra battaglia contro la violenza sulle donne.
“Orange the world” è il grido che attraversa il pianeta affinché diventi una sola voce di richiamo al senso di giustizia, parità e uguaglianza.
A questo interrogativo mi sento di rispondere che l’ozio è l’anticamera della virtù quando questo porta a riflettere, a riordinare le idee, a prendere tempo. È l’ora in cui fai i conti con la vita, con la tua realtà e magari questi conti non tornano, non come vorresti.
Prendi fiato, pervade un senso di impotenza mentre i sogni restano lì, legati ad un granello di sabbia che in un soffio spariscono.
E poi ecco arrivare l’alba, la luce e tutto si dissolve di fronte al corso delle cose che riprendono il loro ritmo mentre riallacci i nodi lasciati in sospeso e vai…
Tra momenti in cui tutto sembrava allontanarsi per poi tornare più impellente di prima, eccoci a voi care lettrici della Voce delle Donne con questo primo numero dopo la pausa estiva.
Un numero speciale, colorato di arancio, elemento simbolo, segno distintivo della nostra battaglia contro la violenza sulle donne. Fintanto che questo dramma è presente nella società con numeri che fanno rabbrividire, è vietato abbassare la guardia, far finta che ormai le donne abbiano ottenuto tutto ciò per cui combattono ogni giorno.
“Orange the world” è il grido che attraversa il pianeta affinché diventi una sola voce di richiamo al senso di giustizia, parità e uguaglianza. Nessuno, ma proprio nessuno deve più avere potere sull’altro.
Percorriamo così le orme del cambiamento che portano ad aprire spazi nuovi in un tempo che non può più attendere intanto che si creano condizioni che agevolano questo cammino.
“La città che vorrei, a misura di donna”, è l’iniziativa che ci vede impegnate su tutto il territorio nazionale per ripensare la vivibilità dei luoghi in cui abitiamo. Quel “a misura di donna” assume un significato che va ben oltre l’elemento di genere ma indica piuttosto una visione che fonda nel “femminile” le sue radici.
Sostenibilità, inclusione, sicurezza, tutela, valori con al centro la Persona per un futuro dove la crescita economica si coniuga con gli equilibri ecologici e sociali, dove lo sviluppo è inteso come miglioramento complessivo del territorio, della qualità della vita delle comunità che lo popolano e dove le risorse locali sono la vera ricchezza.
Ma cosa pensano i più giovani? Presto lo sapremo andando ad ascoltarli nelle scuole dove saranno chiamati a ri-pensare la loro città con proposte che andranno a fornire preziosi spunti di riflessione, un contributo importante di soluzioni da mettere in campo.